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VENEZUELA: REFERENDUM, TIMORI IN COMUNITA' ITALIANA

DI ANSA

(ANSA) - CARACAS, 26 MAG - Come in un thrilling, più ’nerò che ’giallò, la comunità italiana in Venezuela vede avvicinarsi la resa dei conti di questo fine settimana, quando si saprà se esistono le firme per tenere un referendum revocatorio del mandato del presidente Hugo Chavez.

Venerdì, sabato e domenica, 1,1 milioni di venezuelani saranno chiamati a confermare la firma precedentemente apposta e se 500.000 lo faranno, il referendum si farà l’8 agosto. L’apprensione non si percepisce tanto nelle strutture del ’Centro italiano venezolanò di 280.000 mq che si affaccia da una collina sull’autostrada ’Prados del Estè a Caracas, e dove quelli che un tempo emigrarono dalla Penisola trascorrono oggi serenamente con le famiglie il loro tempo libero.

Le difficoltà del recente passato e l’incertezza per il futuro sono invece soppesate negli organismi rappresentativi della comunità italiana (i Comites, eletti recentemente), nelle piccole e medie imprese create da abruzzesi e siciliani, da artigiani e commercianti che non ce la fanno più, ed ovviamente anche dai vertici strategici dei grandi nomi (Telecom, Parmalat, Astaldi, Impregilo) che operano nelle infrastrutture, nella produzione e nei servizi venezuelani.

E se tutti sono d’accordo su una cosa - così non si può più andare avanti - forti sono le divergenze sulle medicine per affrontare la crisi, e soprattutto la congiuntura, dopo gli ultimi due anni che hanno chiesto sacrifici alla collettività venezuelana in termini economici, ma anche di vite umane. Fra i circa 200 morti della violenza recente, due avevano chiara origine italiana: Bruno Biella (7 marzo 2004) e Giandomenico Puliti (8 maggio 2004)

Il presidente del Comites di Caracas, Ugo Di Martino, ricorda che mentre fino alla fine degli anni ’70, il Venezuela andava a gonfie vele, ora la stagione delle vacche grasse è sepolta e «nella capitale vi sono 2.000 indigenti italiani totali». Per padre Zelindo Ballen, scalabriniano brasiliano che dirige la Missione cattolica di Caracas, «si pensa che gli indigenti italiani in tutto il paese siano almeno 10.000».

Allusioni specifiche a colpe di Chavez e del suo governo non ne fa, però Di Martino fa capire che questa situazione non viene casualmente dal cielo. «Per effetto e conseguenza della crisi economica e sociale che stiamo vivendo - sostiene in un comunicato che consegna all’Ansa - l’indigenza fra i nostri connazionali è fortemente aumentata. Molte famiglie non sono in condizioni di provvedere ai bisogni dei genitori più anziani». E, sostiene il consigliere Antonio Pucillo - c’è anche un problema di vedove italiane prive di risorse».

Cosa c’entra Chavez in questo lo spiega Marisa Bafile, quotidianamente impegnata con il padre Gaetano nella redazione del giornale La voce d’Italia, di Caracas, fondato 54 anni fa: «La politica populistica del capo dello stato, i suoi mercati a prezzi sussidiati, hanno tagliato le gambe a tanti piccoli commercianti italiani che sono stati costretti a chiudere».

Ancora più allarmato è l’ambasciatore Sadio Garavini di Turno, consigliere della società di costruzioni Ghella Sogene, secondo cui c’è il rischio che il referendum non si faccia: «Il governo di Chavez sta per chiudere per sempre la porta di una soluzione democratica, pacifica, elettorale e costituzionale alla crisi. E’ giunto il momento che la comunità internazionale eserciti la sua influenza».

Anche Moises Maionica, presidente della Camera di commercio venezuelano-italiana, registra che «fra i nostri associati in passato prevaleva il benessere, mentre ora arrivano molteplici grida di allarme da parte di imprenditori italiani».

Dall’alto dei suoi 25 anni in Venezuela, l’ingegnere Rocco Nenna, direttore centrale della Astaldi, invita a un’analisi di più ampio respiro: «Noi abbiamo viaggiato attraverso cinque governi, abbiamo goduto dei vantaggi della stabilità economica fino al 1983, e poi sopportato anche i costi dell’inflazione».

«Per noi - spiega - non si tratta di dare giudizi su questo o quel governo. Quello che abbiamo visto è che chi è venuto dopo ha mantenuto gli impegni. Certo, cambiano gli uomini e spesso abbiamo dovuto ricominciare da capo, ma un approccio multidisciplinare ci ha aiutato».

«Piuttosto - osserva - stiamo notando questa strategia di avvicinamento del Venezuela, ma anche di Brasile e Argentina, alla Cina. Il governo italiano deve essere più dinamico in America latina, area soggetta a forte ripresa, e recuperare una chiara capacità motrice». (ANSA).



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